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Sergio Ballarini
Estratto · Prologo e capitolo quinto

Fino all'orlo

di Sergio Ballarini

Prologo — Cana, anno 67

Mi chiamo Ioram, figlio di Eleazar. Ho fatto giare per tutta la vita, e una giara, una sola, ha deciso tutto il resto.

Lo dico subito, perché chi legge sappia con chi ha a che fare. Non sono un sacerdote, non sono uno scriba, non sono stato uno dei Dodici. Ho prestato la mia giara per una festa di nozze, e poi l’ho seguito di nascosto, dalla Galilea fino alla croce. Le mie mani conoscono la pietra bagnata, il peso dello scalpello e la ruvidezza della cinghia del tornio. Conoscono poco le tavolette e meno ancora le pergamene. Se scrivo storto, perdonatemi: le lettere le ho imparate bene da vecchio, e le lettere, come i muli, non si lasciano domare da chi arriva tardi.

Sono a Cana di Galilea, nella casa dove sono nato, la stessa dal cui cortile, più di quarant’anni fa, uscirono sei giare di pietra per una festa di nozze. Da quaranta giorni le legioni di Vespasiano stringono Iotapata, che sta sulle colline a settentrione, a tre ore di cammino da qui. Dicono che i Romani abbiano già preso Gàbara e che Sefforis abbia aperto loro le porte. Dicono che, quando Iotapata sarà caduta, scenderanno su tutti i villaggi della pianura, e allora non resterà in piedi nemmeno un muro. Io non so se è vero. So che le voci, in tempo di guerra, corrono più veloci dei cavalli e arrivano sempre prima delle notizie buone.

Ho sessantasei anni. Le ginocchia mi parlano ogni mattina, e non dicono niente di gentile. Noa, la mia donna, è ancora con me, grazie a Dio, e fila la lana accanto alla mia lucerna per non sprecare olio. Ma i giovani di Cana sono partiti quasi tutti per le montagne, e la bottega è chiusa, e il tornio di mio padre è fermo sotto la tettoia, con la cinghia secca appesa al palo. Nel cortile, accanto alla porta, c’è ancora la giara. Quella. È per questo, forse, che mi sono deciso. Quando un uomo non sa se domani avrà ancora una casa, gli resta soltanto di raccontarla.

I giovani qui, a Cana, si radunano la sera e ripetono le parole del Maestro. Le sanno meglio di me. Le hanno sentite da chi le ha predicate, da chi le ha scritte, da chi le ha cantate. Ma qualche volta uno di loro mi guarda e mi chiede: «Tu c’eri, vecchio Ioram? È vero che era la tua giara?». E io rispondo di sì. E allora vogliono sapere tutto, e io racconto male, a pezzi, perché la memoria di un vecchio è come una giara incrinata: tiene l’acqua, ma ogni tanto ne perde un filo. E di giare incrinate, credetemi, me ne intendo.

Così ho comprato questi fogli da un mercante greco di Sefforis, l’inverno scorso, prima che chiudessero le strade, a un prezzo che è un’offesa, e ho chiesto a mia nipote Rut di tenermi accesa la lucerna.

Non scriverò quello che ho sentito dire come se l’avessi visto. Scriverò quello che ho visto, e quando dovrò dire qualcosa che mi è stato raccontato lo dirò chiaro, come si separa la pietra sana da quella con la vena. Ho visto poco, in verità. Ho visto dal fondo di un cortile, dal fondo di una sinagoga, da dietro una colonna, dal margine della folla. Sono stato un discepolo che nessuno conosceva, e chi segue di nascosto guarda sempre di lato.

Ma dal giorno in cui a Cana mancò il vino fino al giorno in cui, sulla croce, lui disse: Ho sete, io ero lì.


Capitolo quinto — Fino all’orlo

La fonte di Cana sta in fondo al villaggio, dove la collina scende verso la pianura. Per arrivarci dalla casa di Mical bisognava scendere per la strada principale, poi per un sentiero di pietre, ripido, che d’inverno diventa un torrente. Per tornare, bisognava risalire. Con l’acqua.

Questo, chi legge, deve saperlo. Perché quando si racconta questa storia, la sera, tra i fratelli, si dice: «Riempite d’acqua le anfore», e subito dopo: «e le riempirono fino all’orlo», e sembra che sia passato un momento. Non è passato un momento. È passata quasi tutta la notte.

Sei giare. Ognuna conteneva due o tre metrete. Io lo sapevo meglio di chiunque, perché le avevo scavate e avevo misurato con la corda il loro ventre. Tutte insieme facevano quanto un carro di buoi riesce a trascinare in salita. Erano già piene per un terzo, e bisognava riempire gli altri due terzi. Con le brocche, con gli otri, con quello che si trovava.

Il figlio del fabbro mi guardò. «Lui chi è, per comandarci?»

Non sapevo che cosa rispondergli. Avrei potuto dirgli: è un falegname di Nazaret, è un ospite come gli altri, non ha nessun diritto di dare ordini ai servi di un’altra casa. Avrei potuto dirgli: lascia stare, il vino non torna con l’acqua. Era quello che pensavo.

Invece dissi: «Sua madre ha detto di fare quello che dice.»

E mi tolsi il mantello.

Non so perché lo feci. Non mi sono mai saputo spiegare quella notte. Ero il fratello della sposa, un uomo con una bottega e un nome, e mi misi a fare il lavoro dei servi alla festa di nozze di mia sorella. Forse perché quelle giare erano mie, e nessuno conosceva il loro peso meglio di me. Forse perché mi vergognavo, e un uomo che si vergogna cerca qualcosa da portare. Forse, e questo lo dico adesso, perché quella donna mi aveva messo tra i servi con uno sguardo, e io non avevo saputo dirle di no.

Presi due brocche grandi dalla cucina. Gli altri presero quello che trovarono: brocche, secchi di cuoio, un otre da pastore. E scendemmo.

La prima volta scendemmo correndo. Avevamo fretta, perché pensavamo, non so bene che cosa pensassimo. Forse che, facendo in fretta, avremmo fatto in tempo prima che gli ospiti si accorgessero. Arrivammo alla fonte con il fiato corto, riempimmo, e risalimmo, e la salita ci tolse la fretta dalle gambe al terzo passo. Arrivammo in cima sudati. Versammo l’acqua nelle giare. L’acqua salì appena di un dito.

Il figlio del fabbro guardò il livello e rise, di una risata storta.

Scendemmo di nuovo.

Alla terza volta si era fatto buio. Alla decima avevo le spalle che bruciavano e le mani tagliate dalle anse delle brocche. Le stelle erano uscite tutte, e la luna stava sorgendo sopra le colline verso il lago. Dal cortile arrivava ancora la musica, ma più lenta. Qualcuno aveva cominciato a chiedere vino. Lo sentivo, ogni volta che passavo con le brocche. Una voce, poi un’altra. «Servo! Qui!» E i ragazzi che servivano ai tavoli avevano smesso di servire, perché erano con noi, alla fonte. E Achim girava tra gli ospiti con la faccia di un uomo che va al patibolo, e diceva: «Subito, subito», e non portava niente.

E io continuavo a scendere e a salire.

A un certo punto della notte, risalendo con le brocche, mi fermai a riprendere fiato sul sentiero, appoggiato a un muro. E pensai: che cosa sto facendo?

Stavo portando acqua. Acqua della fonte, la stessa che beviamo tutti i giorni, la stessa con cui le donne lavano i panni. La stavo portando in sei giare di pietra fatte per la purificazione dei Giudei. Per lavarsi le mani. E in quel cortile mancava il vino, non l’acqua. Era come portare paglia a chi ha fame. Era la cosa più stupida che avessi mai fatto.

Eppure non riuscivo a smettere. Mi rimisi le brocche in spalla e salii.

Mi chiedo spesso, da vecchio, che cosa sarebbe successo se avessimo smesso a metà. Se il figlio del fabbro, o io, o uno degli altri, avesse detto: basta così, è abbastanza, tanto non serve. Non lo so. Ma so che nessuno di noi lo disse. E non perché credessimo. Io non credevo. Te lo giuro, tu che leggi: io non credevo a niente. Portavo l’acqua perché me l’avevano detto. Perché una donna di Nazaret aveva detto: qualsiasi cosa vi dica, fatela. Perché un uomo aveva toccato una melagrana sulla giara di mio padre.

Verso la mezzanotte le giare erano quasi piene.

Il figlio del fabbro versò l’ultimo secchio nella quinta e si lasciò cadere per terra, contro il muro, con le braccia molli. «Basta», disse. «Sono piene.»

Mi avvicinai. Erano piene, sì. Mancava un palmo all’orlo, forse meno. Nella sesta, quella di mio padre, che era la più grande, mancava di più.

Avrei potuto dire anch’io: basta. Nessuno se ne sarebbe accorto. Chi misura un palmo d’acqua in una giara, a mezzanotte, a una festa dove manca il vino?

Ma io ero vasaio. E un vasaio sa che una giara è piena quando è piena. Non quando sembra piena. Mio padre mi aveva insegnato, da bambino, a riempire le giare per provarle: fino all’orlo, fino a che l’acqua fa la pancia sopra la pietra e trema, senza traboccare. Solo allora vedi se la pietra tiene. Solo allora sai che cosa contiene davvero.

«Ancora un viaggio», dissi.

Il ragazzo mi guardò come si guarda un pazzo. Poi si alzò, prese il secchio, e scese con me.

Le riempimmo fino all’orlo. Tutte e sei. La giara di mio padre la riempii io, per ultima, con l’ultima brocca, versando piano, piano, finché l’acqua arrivò alla fascia delle melagrane, e la superò, e si fermò sull’orlo, gonfia, tremante, a un capello dal traboccare. La luna ci si specchiava dentro.

Era acqua. Lo giuro. Ci avevo appena versato dentro l’ultima brocca, e l’avevo vista uscire dalla fonte, trasparente e fredda. Era acqua.

Mi girai. Lui era ancora lì, vicino al fico. Non si era mosso, o forse era tornato al suo posto mentre noi scendevamo e risalivamo: non lo so, non lo avevo guardato. Adesso era in piedi. Guardava le giare piene. Poi guardò noi, sudati, sporchi, con le mani rotte. E sorrise, come si sorride a chi ha lavorato bene.

E disse:

«Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto.»

Il figlio del fabbro aveva una brocca in mano. Guardò me. Io guardai lui. Nessuno dei due si muoveva.

Fu il ragazzo, alla fine. Era il più giovane, e forse aveva meno da perdere. Si avvicinò alla giara di mio padre, perché era la più vicina, e immerse la brocca, piano, sotto l’orlo tremante.

E la tirò fuori.

Io stavo a un passo da lui. Non posso dire di aver visto il colore: era notte, e le lampade del cortile erano lontane, e nella brocca di terra il liquido era nero come tutti i liquidi di notte. Non posso dire di aver visto niente.

Ma sentii l’odore.

Chi è nato in Galilea conosce quell’odore. Lo conosce dalla culla. È l’odore delle cantine a settembre, quando si pigia l’uva e il mosto scorre nelle vasche scavate nella roccia, e tutto il villaggio è ubriaco senza aver bevuto. È l’odore del vino buono quando si apre l’anfora, dopo un anno, e il tappo di gesso si spacca, e l’aria si riempie di un profumo che ti fa chiudere gli occhi. Ma più forte. Più pieno. Come se tutte le vendemmie della mia vita fossero state messe in una brocca sola.

Il ragazzo si girò verso di me con la brocca tra le mani, e la sua faccia, alla luce della luna, era bianca come la pietra.

«Ioram», disse. Soltanto il mio nome.

«Portala ad Achim», dissi. La voce non era la mia.

La portò. Io lo seguii, a qualche passo. Attraversammo il cortile tra gli ospiti che chiedevano vino, e il ragazzo teneva la brocca stretta al petto come se portasse un neonato, e nessuno ci badava. Achim era nell’angolo vicino alla porta, con la testa tra le mani. Alzò gli occhi, vide la brocca, e la strappò quasi di mano al ragazzo, senza domandare niente. Ne versò un poco nella coppa d’argento che teneva alla cintura, quella del maestro di tavola, e la portò alla bocca.

Lo vidi bere. Lo vidi fermarsi. Lo vidi riempire di nuovo la coppa e bere ancora, più adagio, con gli occhi chiusi, come si fa con il vino che non si vuole finire.

Poi si girò verso lo sposo e lo chiamò, con la sua voce da banditore, così forte che tutto il cortile si zittì.

«Eliab!»

Eliab si alzò dal baldacchino, spaventato. Achim gli andò incontro con la coppa in mano, in mezzo alla gente, e gli disse, davanti a tutti, ridendo e quasi arrabbiato, come si rimprovera uno che ti ha fatto uno scherzo:

«Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora.»

Eliab lo guardò senza capire. Guardò la coppa. Guardò Debora. Poi guardò verso di me, in fondo al cortile, con quella sua faccia aperta di ragazzo che non sa nascondere niente. Non sapeva da dove venisse. Achim non sapeva da dove venisse. Nessuno nel cortile lo sapeva.

Lo sapevano i servi che avevano preso l’acqua. E lo sapevo io.

Quello che successe dopo lo ricordo a pezzi, come si ricordano le cose troppo grandi. Ricordo i ragazzi che correvano alle giare con le brocche, e tornavano, e versavano, e la gente che si passava le coppe e beveva e chiamava il vicino. Ricordo un vecchio di Iotapata che si mise a piangere. Ricordo la musica che ripartiva, più forte di prima, e gli amici di Eliab che lo alzavano di nuovo sulla sedia. Ricordo Natanaele, in piedi vicino al fico, con le lacrime che gli scendevano nella barba, che mi guardava e annuiva, annuiva, come a dire: hai visto? Ricordo i due pescatori di Betsàida e gli altri discepoli, che guardavano il loro maestro, e nelle loro facce c’era qualcosa che prima non c’era.

Così, più tardi, l’ha scritto Giovanni, il figlio di Zebedeo, che era uno di loro: questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

I suoi discepoli. Non io.

Io bevvi. Questo sì. Verso l’alba, quando la festa si era fatta più quieta e molti dormivano sulle stuoie, tornai da solo alle giare. Erano ancora piene, quasi fino all’orlo: in tutta la notte quattrocento persone ne avevano bevuto appena un palmo. Immersi la mano nella giara di mio padre, a coppa, come si fa alla fonte, e bevvi dal palmo della mano.

Non so dirlo meglio di così. Ho bevuto vino per tutta la vita, prima e dopo. Vino di Galilea e vino di Giudea, vino di Hebron e perfino, una volta, vino di Chio, che un mercante greco mi fece assaggiare a Sefforis per vantarsene. Nessun vino era come quello. Non era soltanto buono. Era come se fosse il vino che tutti gli altri vini cercano di essere, e non ci riescono.

E mi sentii male.

Lo devo scrivere, perché è vero. Non mi sentii felice. Mi sentii come un uomo a cui hanno tolto la terra da sotto i piedi. Guardai le mie sei giare, piene fino all’orlo di un vino che non c’era, e pensai a tante cose insieme, e nessuna era buona.

Pensai: e domani, con che cosa si laveranno le mani?

Lo pensai davvero. Lo pensai prima di ogni altra cosa, e ne provo vergogna ancora adesso. Le mie giare erano fatte per la purificazione. Quell’acqua era l’acqua della Legge. E lui l’aveva presa, l’acqua della purificazione dei Giudei, e ne aveva fatto vino per una festa, per un villaggio di contadini ubriachi, per un ragazzo che beveva dalla brocca sacra. Non c’era più una goccia d’acqua pura in tutto il cortile. C’era soltanto vino. Più di quindici metrete di vino, per una festa di nozze che ne avrebbe richiesto la metà. Uno spreco. Un’abbondanza senza misura, senza calcolo, senza buon senso. Come i monti di cui parla il profeta Amos, che nei giorni del Signore stilleranno vino nuovo, e tutte le colline si scioglieranno.

E pensai a Eliab. Io avevo voluto che fosse svergognato. Avevo fatto le giare per insegnargli la Legge. E adesso, davanti a tutta Cana, il maestro di tavola gli aveva reso onore come a un re, e tutti dicevano che lo sposo aveva tenuto da parte il vino buono, e il vino buono stava nelle mie giare.

Eliab venne da me quella mattina, al sorgere del sole. Mi trovò seduto per terra accanto alle giare, con le mani ancora rosse di vino. Si inginocchiò davanti a me e mi prese le mani tra le sue.

«Sei stato tu», disse. «Lo so che sei stato tu. Hai comprato il vino di nascosto e l’hai messo nelle giare. Achim me l’ha detto, che i servi sono andati e venuti tutta la notte. Fratello mio.»

«Non sono stato io.»

«Non dirlo. Non serve. Lo so.»

E mi baciò le mani. Le stesse mani che avevano scavato le giare per svergognarlo.

Io gli dissi ancora che non ero stato io. Lui rise, e non mi credette. Non mi credette mai, credo, fino a molto tempo dopo. E io portai quel ringraziamento per mesi, come si porta una pietra nella scarpa.

La festa durò fino al settimo giorno, come doveva. Il vino non finì. Anzi, quando la festa finì, nelle giare ce n’era ancora, e Mical lo diede ai poveri del villaggio, e a chiunque passasse per la strada.

Il Maestro non rimase fino alla fine. Partì prima, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli, e scese a Cafàrnao, sul lago. Natanaele partì con loro. Lo vidi andare via da lontano, dalla terrazza, una fila di figure sulla strada che scende verso la pianura di Bet Netofa e poi verso oriente. Non mi aveva più parlato. Non mi aveva più guardato. Non so nemmeno se sapeva che ero stato io a dire «ancora un viaggio».

Il giorno dopo la festa, Eliab mi riportò la giara di mio padre. La portammo in due, con le corde, e la rimettemmo accanto alla mia porta, dove era sempre stata. Noa la lavò, dentro e fuori, con acqua e cenere, tre volte.

La sera, quando nessuno guardava, misi la testa dentro la giara vuota, e respirai.

Forse lo sentivo soltanto io. Ma l’odore del vino era ancora lì.

Fine dell'estratto

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