Prima di cominciare
Queste pagine parlano di violenza contro le donne, di lutto, di scomparsa, di solitudine e di domande che attendono una risposta. Sono scritte con delicatezza, ma toccano ferite vere. Leggi con i tuoi tempi. Se il dolore di cui parlano ti riguarda da vicino, non sei sola, non sei solo: in caso di pericolo immediato chiama il 112; se subisci violenza o stalking, il 1522 è gratuito e risponde ogni giorno, a ogni ora. In fondo al libro trovi altri numeri utili.
La cronaca dietro le storie
Le persone di questo libro non esistono. Le cose che vivono, sì.
La legge sul femminicidio. Il 25 novembre 2025 la Camera ha approvato all’unanimità, in via definitiva, il reato autonomo di femminicidio (art. 577-bis del Codice penale), punito con l’ergastolo; la legge è in Gazzetta Ufficiale dal 2 dicembre 2025. Nel romanzo Elena muore il 30 novembre: per questo, al processo, valgono le norme precedenti.
Le donne uccise. Nel 2024 in Italia le donne uccise sono state 113. Per il Viminale, nel 2025 i femminicidi sono calati di circa il 18%, ma sono aumentati quelli commessi da partner o ex.
Le persone scomparse. Nel 2025 il Commissario straordinario del Governo ha registrato 25.358 segnalazioni di scomparsa; 17.942 riguardavano minorenni, oltre il 70%.
Le aggressioni a chi cura. Nel 2025 quasi 18.000 aggressioni al personale sanitario e socio-sanitario, con oltre 23.000 operatori coinvolti; gli infermieri sono il 55% dei casi (Ministero della Salute, 2026).
Morire soli. Quasi ogni settimana la cronaca locale racconta di anziani trovati senza vita in casa dopo giorni o settimane. Non esiste un numero ufficiale.
Fonti: Camera dei deputati, Gazzetta Ufficiale, Ministero dell’Interno, Commissario straordinario per le persone scomparse, Ministero della Salute, stampa nazionale; dati aggiornati all’ottobre 2026.
A chi ha lasciato una luce accesa per qualcuno che non è tornato. E a chi, ogni sera, la tiene accesa ancora.
Parte I — Il silenzio
Avvento
«Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?» — Salmo 13
1. Il posto in più a tavola
«Sono stremato dai miei lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.» — Salmo 6,7
La cartolina arrivò il lunedì. Lourdes: la grotta illuminata, le candele, un cielo troppo azzurro, di quelli che esistono solo nelle stampe. Dietro, quattro righe in una calligrafia tonda, da scolara: Ho acceso un cero anche per te. Domenica porto la torta. Ti voglio bene. E.
La infilai nella cassetta della scala B, quarto piano, alle otto e dieci del mattino, come infilo ogni giorno trecento buste senza guardarle. Quella la lessi. Non so perché.
A mezzogiorno, al bar accanto all’ufficio postale, il giornale era aperto sulla stessa pagina per tutti. C’era la foto di una donna che rideva, con un mazzo di girasoli in braccio. Sotto, un nome: Elena. E lo stesso cognome che quella mattina avevo letto sulla cassetta della scala B. Rimasi con la tazzina a mezz’aria. Pensai alla cartolina, che a quell’ora era lì, al buio, dentro una cassetta di metallo, con il suo cielo azzurro e la sua promessa per domenica. Pensai che l’avevo consegnata io.
Porto la posta nel quartiere di San Giuseppe da ventidue anni. Di Marta, sua sorella, fino a quel giorno conoscevo soltanto la cassetta: le bollette e una rivista di cucina. Quello che era successo la sera prima l’ho saputo da lei, quasi un anno dopo. Lo racconto come me l’ha raccontato.
Marta aveva ancora la mano sul rubinetto quando il telefono vibrò sul tavolo. L’acqua scorreva sul piatto già pulito. Non lo chiuse. Per molto tempo, ripensandoci, avrebbe ricordato soprattutto quello: l’acqua che continuava a scorrere, come se il mondo non avesse ancora ricevuto la notizia.
Poi qualcuno disse il nome di sua sorella, e la parola «era» al posto di «è».
Era l’ultima sera di novembre. Fuori pioveva da due giorni, di quella pioggia sottile che in città non lava niente. Nel televisore acceso a volume basso un conduttore parlava di una manovra economica, di un ponte, di un’allerta meteo. Marta non ascoltava. Stava pensando alla domenica: Elena sarebbe venuta a pranzo, come ogni prima domenica del mese, con la torta di mele che veniva sempre un po’ bassa e che non sbagliava mai sapore.
Cinque giorni prima, il 25 novembre, mentre stendeva il bucato, aveva sentito alla radio che il Parlamento aveva approvato all’unanimità una legge nuova: il femminicidio diventava un reato a sé, punito con l’ergastolo. Aveva pensato «finalmente», con il sollievo distratto con cui si accoglie una buona notizia che riguarda gli altri. Non aveva pensato a Elena. Elena le aveva detto, in estate, che con lui «era tutto finito», e Marta le aveva creduto, perché era la cosa più facile da credere.
La voce al telefono era quella di una vicina di Elena, Paola, che Marta aveva incontrato forse due volte. Parlava in fretta, con il tono di chi corre dietro a una frase per non farla cadere. Aveva detto «i carabinieri». Aveva detto «il suo ex». Aveva detto «mi dispiace tanto, non sapevo a chi altro telefonare».
Marta chiese: «Dov’è?» Non chiese «come sta». Lo sapeva già. Il corpo lo sa prima della testa: le gambe diventarono acqua, e per un momento le sembrò che il pavimento fosse una cosa che si decide, ogni mattina, di calpestare.
Chiuse il rubinetto soltanto dopo, quasi un’ora dopo, quando tornò in cucina a prendere le chiavi della macchina. Il silenzio fu improvviso. Il piatto era ancora lì, nello scolapiatti, con la sua goccia ferma sul bordo.
Guidò per quaranta minuti senza ricordare nulla della strada. Alla radio, a un certo punto, una voce lesse un elenco di nomi di donne. Erano le donne dell’anno, diceva, una per una, con l’età accanto. Marta spense la radio con un colpo del polso. Poi, due curve più avanti, capì che il nome di Elena era già lì, in quella lista, o ci sarebbe entrato entro l’alba. Un nome in mezzo agli altri. Un numero che sale.
Davanti al palazzo c’erano due auto con i lampeggianti spenti e un nastro che si gonfiava e si afflosciava nel vento. Una ragazza in divisa le venne incontro e le disse qualcosa con grande gentilezza. Marta annuì a ogni parola senza capirne nessuna.
Non la lasciarono salire. Rimase sul marciapiede, sotto l’ombrello di uno sconosciuto, a guardare la finestra del terzo piano. C’era la luce accesa. Elena la lasciava sempre così, quella della cucina, quando usciva, «così la casa non si sente sola». Lo diceva ridendo, come si dicono le cose di cui ci si vergogna un poco. Di quello sconosciuto Marta non ha mai saputo il nome. Io, a volte, ho desiderato di essere stato lui.
La finestra era ancora lì, illuminata, e dentro non c’era più nessuno che potesse spegnerla. Tornò a casa all’alba. Si tolse il cappotto e rimase in piedi, ferma, nell’ingresso. Poi andò in sala, dove aveva già preparato tutto per la domenica: la tovaglia buona, i bicchieri, due piatti, due posate. Apparecchiava sempre con qualche giorno di anticipo, per non avere fretta. Si sedette. Guardò il secondo piatto. Avrebbe dovuto toglierlo. Era la cosa ragionevole, la cosa che chiunque le avrebbe consigliato. Ma ogni volta che allungava la mano, le dita si fermavano a un centimetro dal bordo, come davanti a qualcosa di acceso. Lo lasciò dov’era. Fuori, la pioggia continuava. Sulla tavola c’erano due piatti, e per la prima volta in vita sua Marta capì che una stanza può essere piena di assenza.
2. Quaranta giorni
«L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora.» — Salmo 130,6
Giulia la conoscevo da quando era una bambina: abita in via dei Tigli, e sua madre riceve ancora le riviste di giardinaggio di una zia morta da anni. Ma di lei, quell’autunno, so soprattutto quello che ho visto alla stazione, dove passo ogni sera a svuotare la cassetta rossa del binario uno.
Giulia aveva imparato a riconoscere le persone dal modo di camminare, perché i volti, alla stazione, cambiano di continuo e le schiene no.
C’era l’uomo con la valigia rigida che arrivava sempre dal binario tre e si fermava a guardare il tabellone come se potesse correggerlo. C’era la signora con il carrello della spesa pieno di sacchetti, che si sedeva sulla stessa panchina alle sei e mezza. C’era un ragazzo con gli auricolari che ballava piano, solo con le spalle, senza che nessuno lo guardasse. Giulia li conosceva tutti. Non aveva mai parlato con nessuno.
Stava cercando Sara.
Erano quaranta giorni. Lo sapeva perché li contava ogni sera sul calendario sopra la scrivania, tirando una riga con una penna blu, come in un film sui prigionieri. Se ne vergognava un po’. Ma la mattina del quarantunesimo giorno, se non avesse trovato la riga fatta, sarebbe stato come ammettere che il tempo aveva ricominciato a scorrere normalmente.
Sara non era tornata a casa da scuola un pomeriggio di ottobre. Nessuna lite, nessun segnale, nessun biglietto. Lo zaino non era più stato trovato. Il telefono aveva squillato a vuoto per qualche giorno, poi era diventato «non raggiungibile», e da lì in poi era rimasta soltanto una voce registrata, una gentile voce di donna che ripeteva sempre la stessa frase.
Giulia non la cancellava dalla rubrica. Il suo ultimo messaggio, quello del pomeriggio, era ancora lì: Ci vediamo dopo da me? Porto io le patatine. Sotto, due spunte grigie. Mai blu. Ogni sera guardava quelle due spunte per un tempo che avrebbe preferito non misurare.
I volantini li avevano attaccati insieme, lei e la madre di Sara, nei primi giorni. C’era la foto della scuola, l’altezza, il colore degli occhi, e una riga che Giulia aveva voluto aggiungere a tutti i costi: Zaino viola con una spilla a forma di luna. La spilla gliel’aveva regalata lei, per i sedici anni. Adesso i volantini erano sbiaditi, e qualcuno li copriva con annunci di ripetizioni di inglese.
Il telegiornale locale aveva smesso di nominarla alla terza settimana. Una sera, in un servizio nazionale, una giornalista lesse i dati del Commissario del governo per le persone scomparse: in Italia le segnalazioni erano decine di migliaia ogni anno, e la maggior parte riguardava ragazzi sotto i diciotto anni. Quasi tutti tornano, aggiunse, con un tono rassicurante. Poi il numero, e poi il servizio successivo. Giulia rimase a fissare lo schermo. Quasi tutti. Dentro quel «quasi» c’era una cucina, un letto rifatto, una ragazza che non sapeva più dove mettere le mani.
Alla stazione, ogni sera, Giulia fingeva di aspettare un treno. In realtà guardava le persone scendere dalle carrozze, una per una, con una speranza che si accendeva e si spegneva a ogni fermata: forse questa volta. A volte vedeva un cappotto verde, una treccia, una camminata, e il cuore le saliva in gola. Poi la persona si voltava, e non era lei.
Succedeva dieci volte a settimana. Dieci piccole morti, a rate.
Un uomo senza fissa dimora, che dormiva sotto la tettoia del binario uno e che tutti chiamavano Gaspare, la osservava da settimane. Io lo salutavo ogni sera, e lui mi rispondeva toccandosi il cappello. Quella sera ero lì anch’io, davanti alla cassetta rossa, e vidi tutto. Gaspare si avvicinò con lentezza, lasciando tra loro la distanza che si lascia a un animale spaventato.
«Cerchi una persona», disse. Non era una domanda.
Giulia non rispose. Gli porse, senza pensarci, uno dei volantini che teneva in tasca.
Gaspare lo prese con due dita, come una cosa fragile. Lo guardò a lungo, la foto, la riga dello zaino. Poi lo piegò in quattro e se lo mise nella tasca interna del cappotto, quella sul petto.
«Anch’io ho cercato», disse. «Un fratello. Non l’ho trovato. Però mi sono accorto di una cosa: finché cercavo, ero vivo anch’io.»
Non aggiunse altro. Si toccò il cappello e tornò alla sua tettoia.
Giulia sentì una rabbia stranissima salirle dallo stomaco: come osava, quell’uomo, dire una cosa vera con tanta semplicità? Rimase ferma, con la sciarpa fino al naso. Il treno delle sette e dieci arrivò con il suo sospiro di freni, e da ogni porta cominciò a scendere gente. Lei guardò ogni volto. Fino all’ultimo. Io me ne andai prima: non avevo il coraggio di restare a guardarla guardare. A casa, sua madre aveva lasciato la cena nel forno. Giulia mangiò due bocconi in piedi e salì in camera. Tirò la sua riga blu sul calendario. Poi mise il telefono sul cuscino, a volume massimo, con lo schermo acceso. Non pregò. Non ricordava più come si faceva. Rimase a guardare il telefono finché la luce si spense da sola, e anche allora lo tenne vicino alla guancia, come si tiene vicino un piccolo animale che respira.
Vuoi sapere come continua?
Il resto della storia ti aspetta nel libro.